Comunicazione. Informazione.
Comunicazione e informazione non trasmettono sempre lo stesso concetto, spesso assumono due significati dalle implicazioni divergenti.
Un certo uso della parola comunicazione sottintende una particolare attenzione al modo in cui viene fornita una notizia nell’ottica principale del raggiungimento di un determinato risultato. Persuadere, cioè, della positività o negatività che si vuole attribuire ad un determinato fatto.
Grande rilievo assume quindi la capacità tecnica di presentarlo, l’abilità di usare dei modi per rendere il messaggio più accettabile.
Si presuppone un soggetto, il comunicatore, che trasmette a un ricevente da convincere considerato come un cliente da acquisire.
Comunicare, non a caso, non può essere riflessivo non esiste cioè comunicarsi nel senso di comunicare a se stessi, mentre informare ha la forma informarsi che presuppone la possibilità di informarmi da solo, senza qualcuno che cerchi di indirizzarmi.
Mi informo per arrivare, attraverso la lettura di varie fonti, a conoscere.
Informazione è il termine che preferisco usare intendendo il rendere noto un fatto, anche un commento , una personale ma ben evidenziata visione che lasci, però, aperta la strada, anzi stimoli l’interpretazione del ricevente.
L’informazione ha bisogno di una persona serena che non si senta o, meglio, non voglia sentirsi un abile persuasore, ma che cerchi uno scambio alla pari con gli altri.
In questo senso, in effetti, viene a volte usata la parola comunicazione ma, data la connotazione che ha preso ultimamente questo termine, rimango dell’opinione di usarlo il meno possibile e con attenzione.
Comunista.
Comunista e comunismo sono definizioni considerate, nell’uso corrente, rappresentative di un unico messaggio, quello di un regime impositivo e dittatoriale.
Tara innegabile, d’altronde, per la quasi totalità dei regimi proclamatisi tali nel secolo scorso.
Ma cosa ha significato questo movimento nel cammino dell’umanità verso la libertà, quali erano le aspettative e quale soprattutto la diversità profonda tra il cosiddetto socialismo reale e i sostanziali obiettivi finali di tale concezione?
Chi erano, poi, realmente i comunisti dei paesi occidentali nella seconda metà del secolo scorso?
Per essere chiaro non credo nei regimi, non desideravo allora e non desidererei oggi l’ instaurazione di sistemi comunisti come quelli novecenteschi, voglio, però, ribadire l’importanza fondamentale della filosofia marxista nella lettura del sistema economico, nel riconoscimento dei diritti delle persone e nel loro affrancamento da condizioni di schiavitù sostanziale. In quei regimi, invece, si è adoperato il paravento della visione socialista per esercitare un potere di un gruppo e, spesso, di una singola persona, si sono inventati controrivoluzionari e nemici del popolo per consolidare la propria egemonia ed eliminare gli avversari.
Non posso non pensare alla comparazione con l’uso della democrazia che, in molti paesi, viene formalmente conclamata e sostanzialmente disattesa.
Il movimento comunista ha, però, avuto un ruolo fondamentale per il miglioramento delle condizioni generali di lavoro e per l’emancipazione delle colonie, delle donne e di tutte le persone discriminate. Questo è avvenuto anche in episodi apparentemente estranei alla sua influenza. Ad esempio, il timore della crescita del movimento, che da sinistra appoggiava la rivendicazione della parità di diritti degli afroamericani, ha avuto un ruolo fondamentale nel convincere la Corte Suprema degli USA a dichiarare illegale la segregazione razziale.
Molti di noi hanno guardato con interesse e speranza alle iniziative per il progresso delle popolazioni e all’abbattimento di antiche autorità; ci siamo fatti delle illusioni e ci siamo sentiti traditi. Abbiamo, però, da subito, criticato le azioni dispotiche dell’Unione sovietica e dei suoi satelliti e ci siamo dissociati.
Quel socialismo burocratico è stato, in alcune manifestazioni, peggiore dei regimi fascisti e si è mosso secondo ideologie lontane dagli scopi finali del marxismo.
Oggi vogliamo rivendicare il diritto di prendere da quella filosofia ciò che consideriamo valido e tralasciare ciò che, invece, riteniamo negativo.
Personalmente non ho mai creduto alla scientificità della teoria classica.
Non ci interessa restare fedeli a una concezione in toto, quale essa sia, vogliamo però confrontarci con alcune intuizioni e con alcune analisi che riteniamo ancora oggi valide.
Comunismo non è peggiore di Liberismo, sono due concezioni che non vanno prese come due religioni ma come degli approcci, dei tentativi nel cammino dell’uomo.
Nessuna ha una validità assoluta ed eterna.
Dal basso.
Usando questa locuzione ci si mette, senza essere costretti, in una posizione di sudditanza.
Dicendo dal basso per indicare una proposta che arriva da un gruppo di cittadini non inquadrati in una qualche organizzazione, la si definisce come nata da ipotetici ranghi inferiori; riconosciamo, in questo modo, una gerarchia che invece andrebbe combattuta.
Con questa espressione promuoviamo, inoltre, la definizione di antipolitica con cui alcuni mestieranti dell’amministrazione definiscono ogni proposta che non provenga da ambienti istituzionali.
Occorre inoltre affermare che qualità e competenze non possono assolutamente esistere come caratteristiche di una categoria ma solo di singoli. Credere, perciò, che una persona che esercita la professione di politico sia migliore, più in alto di una che fa, non so, l’impiegato del catasto, è assurdo. Questo ragionamento è retaggio di un’antica forma di dominio per cui si vorrebbe una autorità dovuta in quanto si ricopre una carica e non un’autorevolezza conquistata con il proprio comportamento.
In ogni categoria esistono mascalzoni e persone oneste, mestieranti e capaci.
Dalla convinzione che l’unica depositaria della sovranità di uno stato è la popolazione che attraverso le elezioni nomina degli amministratori, degli esecutori della sua volontà, dire dall’alto sarebbe forse eccessivo, ma più corretto.
Dirigente. Preside.
Si è passati dalla denominazione, per il responsabile di un istituto scolastico, di direttore o preside, a seconda del tipo di scuola, a quella di dirigente. Nella materna è rimasta, per altro poco usata, la definizione di coordinatore.
Questa equiparazione nominale al dirigente d’azienda mette inevitabilmente l’accento sulla volontà di considerare anche la scuola, come già fatto in altri campi, appunto un’azienda.
La priorità diventa quindi il bilancio, si vuole evidenziare che il dirigente di un istituto dovrà essere principalmente attento alla gestione economica e che i fruitori saranno suoi clienti!
La parola preside, invece, contiene in sé l’idea di una persona che presiede un collegio di rappresentanti di tutti gli elementi dell’istituto (studenti, docenti, personale ausiliario, genitori) e che, quindi, prende le decisioni d’accordo con loro.
Non manca poi la radice di presidio cioè l’ idea di tutela, controllo quindi dell’andamento dell’apprendimento e salvaguardia della crescita completa di tutti gli studenti come priorità assoluta.
Dirigente non a caso fa pensare ad una persona che guida un’istituzione secondo una sua insindacabile o quantomeno personale visione e che deve rispondere esclusivamente a una persona, il titolare, in questo caso a colui che l’ ha incaricato.
Continuiamo a chiamare il direttore di qualsiasi istituto scolastico preside.
Eccellenze.
Il termine, diffusosi di recente, è diventato rapidamente di uso comune.
Si intenderebbe ricercare e promuovere l’emergere di elementi che si distinguano per particolari qualità; è funzionale al convincimento che si debba costruire una propria personale fortuna: Io creo un mio benessere sorpassando altri… che l’avranno minore.
L’espressione ultimamente si è molto diffusa specialmente nella pubblicità dove, chiaramente, tutti i prodotti sono stati subito definiti eccellenze nel loro campo.
Ogni attività, ogni azienda, perfino le scuole si definiscono “d’eccellenza” annullando di fatto la definizione…da cosa si eccelle se tutti eccellono
Sono convinto che, per il vero progresso di una nazione negli interessi della sua popolazione, sia fondamentale il livello di cultura generale ed è su questo che bisognerebbe appuntare l’attenzione e gli investimenti partendo dalla scuola.
Da questa solida piattaforma possono poi fiorire anche soggetti che, particolarmente dotati ma, specialmente, consci della loro responsabilità sociale, possano operare per la crescita di tutta la comunità.
Questo termine, invece, che ha un significato di “innalzarsi da”, “sorpassare”, veicola un messaggio di competitività e di supposta superiorità. Un’eccellenza che dovrebbe, inoltre, essere calata dal cielo per riuscire a svilupparsi in una scuola sempre più priva di mezzi.
Leonardo da Vinci è diventato Leonardo anche e soprattutto perché è vissuto in un’epoca di fervore culturale e si è formato in un ambiente come quello della Firenze dell’epoca.
Oggi non so come si possa favorire lo sviluppo di piccoli geni in una scuola di sostanziale e coltivata ignoranza.
Se in classe , ad esempio, mi trovo, per il programma di matematica, 2 elementi su 24 che capiscono al volo e potrebbero andare molto più avanti, che devo fare, abbandonare gli altri 22 ? Se qualcuno riesce a seguire, meglio, altrimenti, pazienza!
Oppure, per favorire la nascita di eccellenze, devo elogiarli, dar loro voti alti e spedirli a fare qualche gara con altri primi della classe? Allora, forse, si vuole stimolare l’emulazione. Temo, però, che così sarà il resto della classe ad escludere e isolare i due, incattivendo fin d’ora i presunti futuri capi.
Mi sembra si insista sulla esaltazione della competitività, si vogliono creare tipi competitivi funzionali a coloro che la gara non avranno bisogno di affrontarla mai, né loro né i loro figli, sapendo bene che la gerarchia e quindi i privilegi, si decidono in modi diversi dalla competenza e dalla bravura. Non mancano certo gli esempi, da noi, in Italia, sono anche troppi.
Inoltre si vuole far accettare fin dai primi anni di vita sociale che è giusto che alcuni ricevano più di altri perché sono migliori, ”eccellono’’.
Educazione. Istruzione. Apprendimento.
Dedico un capitolo all’argomento, qui voglio solo accennare alla scelta del termine Apprendimento in vece di Educazione o Istruzione.
Questo per esprimere e tener sempre presente che il soggetto è colui, studente, adulto, persona in recupero che sta percorrendo una strada di crescita.
Egli sceglie e articola, intorno agli insegnamenti impartiti, una sua individuale via,
generando, in uno scambio reciproco, l’arricchimento anche dei docenti.
Egualitarismo.
Nel suo significato positivo indica la ripartizione dei beni disponibili tra tutti i membri della società, si tende invece a gravarlo di un senso dispregiativo, facendogli veicolare un messaggio di appiattimento verso i valori minimi.
Questo serve a giustificare i diversi trattamenti, la divisione indotta tra le varie categorie trattate con una scala di differenziazioni per alimentare confronti, voglia di scalate sociali.
Guardiani e schiavi divisi che lottino tra loro nell’interesse di un piccolo gruppo che si ritiene come eletto. In realtà coloro che emergono in questo periodo di tardo capitalismo dove la truffa è endemica, lo fanno con mezzi diversi dalla reale capacità, più per meriti riconosciuti da un’autorità che per oggettive competenze e qualità umane.
Se una persona ha delle potenzialità reali, e se queste sono accompagnate da radicati principi etici e di consapevolezza, sentirà queste sue qualità come una responsabilità e non come un vantaggio da usare nel suo esclusivo interesse.
D’altronde occorre considerare che, se qualche isterico vuole avere più degli altri, lo vuole e lo può avere solo in rapporto a qualcuno che avrà di meno.
La ricchezza è uno stato relativo, non può esistere la ricchezza per tutti in un’economia di mercato, la ricchezza è tale solo se esiste la povertà o quantomeno il bisogno, magari indotto. Io posso avere dei privilegi, dei beni, dei servizi ma devono esistere persone che hanno bisogno, per sopravvivere, di fornire quei beni, quei servizi o che li fanno produrre da persone ancora più bisognose di loro.
Il fatto che la maggior parte di queste persone fossero un tempo lontane geograficamente e oggi condividono gli stessi territori ha generato una serie di reazioni.
Le differenze di trattamento devono essere, allora, spiegabili e apparire giuste.
La prima strategia è quella di basarsi sulla convinzione, diffusa, che noi meritiamo di più, che sono gli altri che devono essere considerati meno perché pigri o incapaci.
Questi altri, per rassicurarci maggiormente e farci accettare questa divisione, spesso sono altre nazioni, altri popoli, magari con qualche caratteristica esteriore diversa e evidente.
I mali del mondo esisterebbero perché esistono gli altri, i diversi da noi per qualsiasi motivo (colore della pelle, preferenze sessuali, opinioni politiche…) e allora è giusto imporre, anche con la forza, il nostro sistema come l’unico, il migliore.
Si cerca, insomma, di far percepire la condivisione come ingiusta.
Esperti. Scienziati.
Citati spesso nelle pubblicità e non solo per far passare come incontestabile un messaggio.
Declinati spesso al plurale e non meglio identificati, senza fornire nomi e qualifiche che potrebbero dare adito, comunque, a una qualche relativizzazione e a qualche dubbio.
Uno scienziato può sbagliare, ma l’ipotetica assemblea generale degli scienziati certamente no.
Mi trovo ad immaginare un consesso di ricercatori, naturalmente con occhiali e camice bianco, chiusi in una stanza a studiare giorno e notte per dirci che uno yogurt messo in un contenitore più piccolo del solito e aumentato di prezzo ha effetti miracolosi sulla nostra salute.
Fin qui poco male, il guaio è che con lo stesso sistema, in forme leggermente meno banali, si è riusciti a far passare idee e concetti ingannevoli.
Questo è fuorviante specialmente quando si applica a criteri di fondo.
Ci sarà sempre un esperto che su una questione troverà argomenti per giustificare qualsiasi provvedimento, basta guardare al passato per rendersi conto che si è già riusciti a passare ogni limite.
Siamo noi che dobbiamo e possiamo esaminare i fatti nel loro significato, è ciascuno di noi che deve conquistare una visione profonda di conoscenza.
L’esperto, che non può che esser esperto in una branca della conoscenza e non ha, in una visione generale, maggiore autorevolezza di un qualsiasi cittadino, potrà aiutarci a scegliere le migliori strategie per realizzare un obiettivo che andrà, però, scelto con la partecipazione di tutti.
Identità.
Ha un valore nel momento in cui diviene la conoscenza e la comprensione delle caratteristiche peculiari di una qualche entità, ma nella consapevolezza di una sostanziale equivalente validità delle altre. Non esistono identità migliori e peggiori, non c’è una scala di valori, possono esserci varie abitudini consolidate da diverse situazioni ambientali e sociali, ma ogni identità ha pari dignità.
Certo, nel mondo esistono dei comportamenti divenuti anacronistici nella loro essenza di imposizione ottusa di alcune norme, ma è fuorviante vederli come caratteristiche intrinseche di un dato popolo o di una data religione, sono, sempre, peculiari di frange.
Vengono invece generalizzati per farli apparire come caratteristiche di un sistema politico o religioso o addirittura di una razza.
Dobbiamo fare in modo, allora, che il loro magari giusto rifiuto e il cambiamento nascano all’interno di quella data società senza intervenire con cieca disapprovazione o peggio con violenza.
La coscienza della propria peculiarità non deve essere un mezzo che, mascherando le nostre debolezze e le nostre paure, serva a farci sentire superiori, deve essere una constatazione degli infiniti modi di rapportarsi al mondo, tutti con una loro motivata origine, questa sì da considerare profondamente, dato che ne può derivare un continuo arricchimento reciproco.
Visto l’uso strumentale che si fa attualmente di questo termine con la volontà proprio di compattare un gruppo verso un nemico considerato inferiore o cattivo, sarebbe il caso di sostituire questa parola o aggiungerle un qualificativo che evidenzi la diversa concezione e il diverso significato che si vuole intendere, ad esempio, molto banalmente, identità umana. Se intendiamo, poi, indicare la volontà di non appiattirsi su criteri omologanti possiamo parlare di caratteristiche, di peculiarità.
Sarà interessante anche approfondire la derivazione etimologica della parola che ha la stessa radice di idiota nell’originario significato di particolare, che sta a sé, chiuso in sé, da cui deriva anche zotico.
Ripercorriamo, come esempio recente, la storia dell’istituzione del “Ministero dell’immigrazione e dell’identità nazionale” in Francia, evidenziando il suo sostanziale fallimento, rendiamo noto il patetico tentativo, forse per pietà tacitato su molti media, di cercare un DNA francese!
Il Consiglio Costituzionale ha, per fortuna, dichiarato contrario ai principi della Costituzione francese l’effettuazione di statistiche etniche (Novembre 2007).
Le tre parole seguenti: imprenditore, leader, manager hanno motivi in comune per il loro uso.
Esaminiamo la realtà che spesso si nasconde dietro il conferimento generalizzato di una valenza positiva a priori a tutti coloro che vengono così definiti.
Per far accettare le differenze di trattamento cui non si vuole rinunciare né per sé né per i propri sodali, si fa leva sul ragionamento secondo il quale ci sono coloro che si danno da fare e sono più capaci e coloro, gli altri naturalmente, che non hanno voglia d’impegnarsi o sono incapaci.
Quindi sarebbe giusto che i primi abbiano condizioni di vita ritenute migliori.
Anche se così fosse, questo criterio risulterebbe quanto meno meschino.
Penso che un essere umano debba adoperarsi per il progresso generale della società considerando i tanti debiti che tutti abbiamo con i nostri simili.
Non posso fare a meno di notare che, di solito, sono proprio quei soggetti meno preparati ma forti di un qualche appoggio che, volendosi mettere al sicuro, appoggiano trattamenti differenziati. Questo non esclude l’esistenza di persone che operano in campo imprenditoriale assumendosene la responsabilità sociale.
Recentemente, ad esempio, un industriale italiano della seta, si è trovato, come molti, a dover affrontare grandi difficoltà create dall’attuale congiuntura economica.
Invece di ricorrere a ridimensionamenti, trasferimenti o spostare i suoi investimenti sul finanziario, ha, con passione, coraggio e senso di responsabilità, investito nell’azienda una ingente somma di denaro dal suo patrimonio personale.
Nessuno è stato licenziato e l’azienda continua a produrre i manufatti per cui è famosa.
Si tratta di una scelta, coraggiosa ed encomiabile, che sicuramente verrà premiata sui tempi lunghi.
Imprenditore.
Nel mondo del lavoro l’imprenditore viene contrapposto al prestatore d’ opera : operaio e impiegato.
Traspare nell’uso comune del termine la convinzione di una differenza di capacità e d’ impegno, ma nella maggioranza dei casi il proprietario di una attività deve la sua condizione all’appartenenza famigliare o ad appoggi ottenuti in vari modi.
I lavoratori dipendenti sono coloro che non hanno questi aiuti, quella del self made man è una favola valida in rarissimi casi e comunque ha valore quando si sposa al senso di responsabilità e non ad una voglia esclusiva di guadagno.
Inoltre la mentalità dell’imprenditore attuale, di solito, non è quella, che si cerca di contrabbandare, di un capitano di ventura intrepido e coraggioso, ma quella dell’impiegato da barzelletta che non vuole avere difficoltà, si costruisce una rete di complicità e cerca di sottrarsi con ogni mezzo alla tanto decantata concorrenza.
Leader.
Il concetto è esaminato nel secondo capitolo.
Ribadiamo che non occorre un leader, una figura quasi paterna cui rivolgersi.
Potrebbe servire che qualcuno, che abbia idee e ne senta la responsabilità, sia semplicemente il coordinatore, il portavoce di persone coscienti.
Manager.
Alla base dell’avvento della figura del manager c’è la convinzione che esista un metodo per far funzionare bene qualsiasi attività e che quindi non sia indispensabile la conoscenza e la passione per lo specifico settore.
La nobile tradizione di molti industriali che amavano l’azienda e investivano guardando al futuro con la coscienza della loro funzione sociale è andata in gran parte persa.
Il manager ha un grande potere decisionale ma non possiede l’azienda, può abbandonarla o essere rimosso in qualsiasi momento, per cui, di solito, cerca di spremerla al massimo, ottenere di essere pagato il più possibile e passare, poi, a sistemarne un’altra.
Questo porta alla ricerca di risultati a breve termine che si sono ottenuti in massima parte rinunciando alla produzione manifatturiera, spostando investimenti nel settore finanziario e dei servizi, tagliando nel contempo comparti e personale non immediatamente remunerativi.
Meritocrazia.
Non contesto il criterio secondo cui i migliori conoscitori di una data disciplina posseggano, probabilmente, le maggiori capacità per farla progredire e per trasmetterne la conoscenza.
Chi non auspicherebbe che il merito, inteso in questo senso, divenisse il fondamento per la salvaguardia dell’interesse generale? Ma è questo che s’intende, è questo lo scopo che si vuole conseguire? Di che meriti si parla e, soprattutto, chi li misura e come?
Chi distribuisce la buona nota al bravo bambino che l’ ha meritata? Perché si usa proprio questa parola che ha bisogno di un’entità da considerare superiore che distribuisca avanzamenti e premi secondo quello che, a suo giudizio, ci meritiamo, appunto?
Nel mondo del lavoro la filosofia degli incentivi, in particolare di quelli in denaro, non è funzionale agli interessi della comunità, come si vuol far credere, ma esclusivamente al mantenimento dei posti di comando e alla semplificazione nella gestione dello sfruttamento.
Ognuno di noi si sarà accorto nel proprio ambito che la gran parte di coloro che avanzano nella carriera hanno, più che meriti reali, dei legami di vario tipo con chi quegli avanzamenti può influenzare. Inoltre queste persone si impegnano più a far apparire la loro opera come valida e indispensabile piuttosto che curarsi del reale miglioramento della struttura in cui lavorano. Per questo non sempre sono i più adatti, nell’interesse generale, a ricoprire determinati ruoli.
L’incentivo che ottengono ha poi, dal punto di vista dirigenziale, la funzione di evitare il consolidarsi di un fronte unico delle persone che lavorano in quella organizzazione.
Di fatto le diverse retribuzioni dividono e maggior divisione e controllo si ottengono proprio promuovendo non i più bravi ma i più disciplinati. Infatti alla base del motivo della diffusione di questa parola c’è il criterio d’azienda, per cui sarà il proprietario, il manager o il capo politico a sancire chi è più meritevole indipendentemente dalla formazione del soggetto. Inevitabilmente la maggioranza di costoro privilegerà come valori la fedeltà e il conformarsi alle direttive dirigenziali e non certo le reali capacità umane e tecniche in generale e nello specifico. Anzi, chi ha una visione più ampia, chi è realmente capace, verrà osteggiato in quanto possibile futuro concorrente.
Spesso ci meravigliamo della imbarazzante mediocrità di alcuni funzionari, ma questa è vista come una qualità dato che costoro, consapevoli nell’ intimo della loro pochezza, si legheranno indissolubilmente e con cieca fedeltà a chi, con loro stessa meraviglia, li ha scelti. Questo specialmente in politica dove non dovendo influenzare una produzione, una zucca vuota vale, per votare, quanto una zucca piena, anzi…
Inoltre chi occupa i posti di comando acquista così in un certo modo un’aura di infallibilità.
Infatti, poggiandosi sulla superficiale adesione ad un criterio in apparenza valido, si è costretti ad accettare le decisioni conseguenti come oggettivamente giuste, dovute ad un merito, appunto, anche se in realtà legate sempre ai soliti criteri di appartenenza.
Si è riusciti a far credere che meritocrazia sia il contrario di nepotismo e corruzione.
Far passare e introiettare nelle masse questo concetto, in modo ambiguo, significa per un governo autoritario poter continuare ad agire per la conservazione e la divisione del potere tra i propri sodali avendo anche pronta una motivazione sostenibile.
Il criterio da far valere per conferire maggiori responsabilità non può che essere quello della formazione. E’ un criterio più oggettivo del merito che impedirebbe di decidere a insindacabile giudizio di un capo.
Confondendo e identificando il merito con le capacità, quest’uso della parola meritocrazia, che permette di svincolarsi dalle reali qualità di una persona, diventa il baluardo della burocrazia che si dichiara, a parole , di voler combattere.
Politica del fare.
L’espressione “Politica del fare” viene usata in contrapposizione a quella che viene chiamata “Politica del no”, nel mezzo abbiamo la “Politica del possibile” e la “Politica dei piccoli passi”.
Si vuol far credere che esista qualcuno che non vuol fare per principio e dice sempre no.
In realtà si cerca il sì assicurato per ogni proposta.
“Tutto quello che non vi propongo io è impossibile, quello che propongo, anche se è un po’ una puzzonata, è invece realizzabile, non sono un timido moderato senza idee, sono un realista’”.
Il vero scopo, insomma, è quello di distogliere il cittadino dalla riflessione sul senso reale dei provvedimenti o delle opere.
“Io sono concreto, non sto lì a parlare, ma agisco”, questo è il messaggio da far passare.
Ma la riflessione, l’esame delle situazioni prima di agire e i criteri di riferimento sono indispensabili, altrimenti si finisce facilmente nella politica del fare…male.
Si cerca poi di appoggiarsi a dei criteri apparentemente ovvi.
Ad esempio: è positivo realizzare un treno super veloce che congiunga due città in tempi ridotti, certamente, ma se poi i piccoli spostamenti all’interno delle stesse città richiedono tempi biblici, non sarà il caso d’intervenire migliorando, probabilmente con minor spesa, prima questi?
Specialmente se poi quell’ intervento dovesse essere costosissimo e creasse dei danni paesaggistici in zone dove la bellezza naturale è una delle principali risorse.
Populismo. Demagogia.
Entrambe le parole suonano dispregiative, vorrebbero costituire un giudizio negativo e inappellabile, vengono usate spesso per non dare seguito a un dibattito, per non rispondere nel merito della questione.
Quasi sempre vengono adoperate come sinonimi, le argomentazioni cui si oppone questo stratagemma sono, spesso, di critica alla classe amministrativa. C’è dietro un indispettito risentimento verso chi cerchi di intromettersi in un ambito che si vorrebbe riservato agli specialisti della politica. Non manca in questo atteggiamento l’ansia di volersi attribuire una qualche professionalità.
Esaminiamo il significato dei due termini.
Il Populismo è un movimento sviluppatosi in Russia tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 che teorizzava il dovere degli intellettuali di adoperarsi per il miglioramento delle condizioni che tenevano gran parte della popolazione nell’ignoranza e nella miseria.
Populista è attualmente un movimento politico che esalti le qualità del popolo e conseguentemente le sue capacità. Non credo che esistano qualità connaturate al popolo.
Credo però che la capacità di leggere la realtà e la conseguente possibilità di autodeterminazione vadano favorite in tutta la popolazione.
Se si è convinti che queste qualità non esistano ancora, bisogna adoperarsi affinché si creino. Questo è il senso che scelgo e, quindi, in questo senso, mi dico populista, cerco cioè il miglioramento culturale e, di conseguenza, materiale e spirituale di tutti.
L’altro termine, demagogia, in effetti, aveva originariamente un significato di capacità e potere di guida del popolo, vicino quindi a quello di populismo.
Oggi si intende la ricerca del consenso popolare ottenuto assecondando le inclinazioni delle masse, e spesso, inducendole e alimentandole.
Si basa su un uso univoco dei mezzi d’informazione cercando di impedire una crescita della capacità di discernimento delle persone.
In questo senso non dovremmo essere demagoghi cercando però di essere chiari fino all’ovvietà.
Professionalità.
Che vuol dire questa parola, qual’ è il suo uso? Chi è un professionista?
“Chi esercita un’attività intellettuale in modo continuativo e a scopo di guadagno, attività per cui è richiesta una abilitazione” dice il dizionario.
Dato che non vedo nessuna differenza di valore tra lavoro manuale e lavoro intellettuale penso che vada rifiutata, intanto, la conseguente divisione tra mestiere e professione.
Per quanto riguarda l’abilitazione, non è considerata necessaria nell’accezione comune, più valida è l’alta retribuzione, per cui un calciatore o un presentatore, che non necessitano di alcun titolo, sono considerati, nel linguaggio corrente, dati gli alti guadagni, professionisti.
Inoltre spesso si usa questo termine per conferire un valore positivo a priori: è un professionista!
Ha, cioè, i modi e le conoscenze di un addetto a quel determinato lavoro, ma questo lavoro può farlo bene o male indipendentemente dal fatto che sia la sua occupazione.
Lo scopo di sottolineare di essere un professionista rispetto a chi non lo sarebbe, è, in realtà, un tentativo di stabilire una gerarchia nella società, come se esistessero lavori più o meno degni!
La dignità è, però, solo nel modo in cui si lavora ed è nell’ obiettivo di fondo, l’abilità tecnica è necessaria ma non sufficiente.
Volendo usare questo termine dovremmo riflettere che possono certamente esistere, ad esempio, chirurghi mestieranti e spazzini professionisti.
Per non usare questa espressioni ricorrerei a considerazioni più articolate sulle caratteristiche della persona di cui stiamo parlando.
Sessantotto.
Si cerca, citando quegli anni, di far passare l’idea che si sia trattato di una fase di anarchia e di disimpegno.
In realtà si prendeva coscienza, attraverso una mole enorme di ricerche e discussioni, dei ruoli che si sarebbero assunti nella società. Non bastava più pensare ad una realizzazione personale, si voleva conoscere e partecipare alla nascita di un mondo più giusto.
Oggi, purtroppo, questo fa sorridere, ma allora si tradusse in un impegno comune per la creazione nei vari ambiti di persone colte, consapevoli che poi avrebbero svolto un determinato lavoro, ma considerandolo inserito in una visione generale di condivisione e miglioramento.
Non volevamo essere solo degli specialisti, ci interessava conoscere altre discipline e scoprirne i contatti con la nostra, rifiutavamo l’autorità calata dall’alto e spesso ingiustificata dalla competenza o dalle qualità umane dei docenti.
Alcuni di loro, però, che, autorevoli, non avevano bisogno di apparire autoritari, hanno partecipato nell’unico modo di trasmissione profonda della cultura che è quello di uno scambio biunivoco.
Questo spaventa le mezze calzette che vogliono conservare posizioni di privilegio.
Si insiste sull’esagerazione di alcuni episodi marginali e si fa passare l’idea di un disordine che era invece un fermento.
Molte attuazioni di democrazia reale, specie nella scuola, sono cominciate allora.
Comunque non eravamo perfetti, per fortuna, e abbiamo commesso molti errori.
Sempre si pretende una perfezione assoluta dai movimenti e dalle politiche che potrebbero togliere potere all’establishment. E’ la vecchia storia della pagliuzza che vediamo nell’occhio degli avversari senza accorgerci del trave nel nostro.
Sociale.
Mi sembra che la parola non abbia lo stesso significato se impiegata come aggettivo o se impiegata, in modo inusuale, come sostantivo.
“Il sociale” sostantivo mi sembra divenuto un modo sintetico di comunicare un interesse un po’ generico per i problemi della società.
Le espressioni “attenzione al sociale”, “mi interesso del sociale”… sono adoperate con una preoccupazione per le conseguenze finali di un processo economico che, in realtà, si accetta e non si intende mettere in discussione.
Se la usiamo, invece, come aggettivo, ad esempio: la casa è un problema sociale, intendiamo dire che questa questione particolare ha motivazioni ed effetti che coinvolgono la società come totalità e come sistema.
Probabilmente, quindi, nel primo caso le proposte andranno semplicemente nella direzione di un intervento di tamponamento assistenziale.
Si finisce così per mitigare gli effetti, spesso solo per casi singoli ed eclatanti, lasciando intatte le cause che li hanno generati.
Squadra.
Leggiamo spesso o sentiamo dire: “Tizio sceglie la sua squadra”, “Ecco la squadra del nuovo governo”, “Facciamo squadra”… gli esempi sono numerosi.
Questa parola, non a caso, si trascina facilmente dietro un ammiccamento sorridente, una approvazione implicita, ognuno pensa alla sua squadra sportiva, da noi per lo più di calcio, ed è bendisposto ad assorbire i messaggi che gli arriveranno.
Non solo, nello sport la squadra è il luogo dove ognuno ha i suoi ruoli specifici e definiti: attaccante, difensore…ed è gestita da un allenatore che, nell’immaginario degli appassionati, prende le decisioni come un monarca assoluto.
Egli fa la squadra, da lui sembrano dipendere i successi e gli insuccessi, suo è il merito delle vittorie, lui è il comodo capro espiatorio delle sconfitte.
Nel recitare la parte del condottiero alcuni allenatori sembrano come costretti ad assumere un piglio duro e severo, con effetti spesso comici , da uomo forte, da comandante.
Sanno che quello è uno dei criteri più diffusi per il loro apprezzamento e conseguente miglioramento contrattuale. Inoltre si vestono come se fossero, invece che ad un evento sportivo, ad un consiglio di amministrazione.
Sembra proprio che si voglia far passare, appoggiandosi all’incondizionata adesione dei tifosi al proprio club e ai suoi rappresentanti, un modello interiore ed esteriore. Un cliché che, dall’ambito sportivo, si trasferisca, dolcemente, a quello lavorativo e politico.
Utopia.
Tutti auspichiamo un mondo migliore e immaginiamo, nel confronto con alcune situazioni presenti, delle soluzioni diverse con l’idea di una società più giusta. Questa esiste nella nostra mente, non ancora nella realtà, è, quindi, un’utopia cioè, come dice il suo etimo, un non-luogo.
L’utopia, però, è un non-luogo soltanto e semplicemente finché non si comincia a operare per renderla reale.
Si vorrebbe, invece, associare a questa espressione un significato di irrealizzabilità, deve apparire un fantasticare, un sogno fuorviante che ci allontani dalla realtà.
Ma analizzare le strutture sociali in modo critico, evidenziandone gli aspetti negativi nell’ottica del buon vivere comune e proporre conseguentemente, con la nostra fantasia, un diverso ordinamento, significa progettare.
Il progetto contiene dentro di sé in modo virtuale il disegno da realizzare nel futuro e ha un valore immediato di esame del presente.
Certo nessuna società proposta è perfetta o pretende di essere tale.
Quello che, con il significato attualmente attribuito a questa espressione, siamo indotti a ritenere realistico e possibile è semplicemente il rimanere ancorati all’esistente.
Rousseau ha bollato per sempre i nemici dell’utopia definendoli come coloro che, pretendendo di sapere cosa sia possibile realizzare, decidono di fare solo quello finendo per giustificare qualsiasi cosa venga fatta e difendendo, di fatto, lo status quo.
Aggiungo l’uso di alcune altre espressioni che accettiamo acriticamente nel linguaggio di tutti i giorni:
Giustizialismo.
Il termine è di recente introduzione ed è assente da molti dizionari.
Vorrebbe indicare un presunto uso eccessivo della giustizia, un po’ come parlare di eccesso di democrazia! E c’è chi lo ha fatto!
Il termine nasce in Argentina, dall’unione delle parole giustizia e socialismo, come definizione per il partito di Peròn.
Visto l’uso che, oggi, se ne voleva fare, sarebbe stato più opportuno usare il termine “giudizialismo” evidenziando così, con l’uso della radice di giudizio invece che di giustizia, il carattere discrezionale e strumentale che si vorrebbe attribuirgli.
Si cerca di screditare le indagini di giustizia quando riguardano uomini politici o colletti bianchi facendo leva sull’ atavica insofferenza per i controlli dello Stato sul nostro operare.
Ci si ritiene e si vuol essere considerati al di sopra della magistratura, cercando di subordinarla al potere del governo, sconvolgendo così il principio di separazione dei poteri, uno dei pilastri della democrazia.
Premier.
L’appellativo con cui si designa il Presidente del Consiglio dei ministri in Italia non può essere Premier.
Non è la stessa cosa dire Presidente del Consiglio dei ministri e dire Premier.
Nella prima accezione è evidente che parliamo di una persona che presiede un consesso delle cui opinioni deve tener conto, nell’altra definendolo “primo’’ gli si conferisce un’accentuazione di potere.
In Italia si è sempre usata la qualifica di Presidente del Consiglio, solo nel periodo fascista venne cambiata in quella, usata purtroppo ancora oggi da alcuni, di Capo del Governo.
Chiamarlo Premier o Capo del Governo e fare in modo che questa definizione divenga, proditoriamente o per comoda brevità, di uso comune, serve a preparare dolcemente nel tempo il passaggio ad un governo con maggiori, insindacabili poteri.
Non è un caso che accada proprio mentre si cerca di far accettare l’idea di una repubblica presidenziale.
Razionalizzazione.
All’interno di un’azienda privata o di un’amministrazione pubblica non vuol dire modificare in senso più razionale quella struttura, oppure bisogna riflettere su cosa è ragionevole secondo coloro che stanno “razionalizzando”.
Di solito significa che, nel tentativo di aumentare gli utili, la strada che si percorrerà sarà principalmente quella di diminuire i costi licenziando personale e aumentando i carichi di lavoro.
Valorizzazione.
Ad esempio per dei beni demaniali non vuol dire riconoscerne e utilizzarne il valore oppure, come sopra, bisogna intendersi su cosa si intenda con quella parola…
Di solito vuol dire vendere o dare in gestione quei beni a basso costo (d’altronde non sono ancora valorizzati) all’interno di una determinata cerchia lasciandoli poi trasformare, da bene pubblico, in strutture private o semi pubbliche che si ipotizzano redditizie.
Vecchio. Antiquato.
E’ una strategia di denigrazione che si appoggia sul disprezzo, oggi diffusissimo, verso tutto ciò che non sia giovane o nuovo.
Su questo criterio potrebbe poi articolarsi una futura scappatoia affinché nulla cambi.
‘‘Mettiamo dei giovani a recitare la nostra parte, verranno meglio accettati e sembrerà un vero cambiamento di rotta’’.
Ma un’idea, una persona possono essere vecchie ma non per questo antiquate e viceversa.
La validità di un’idea o di una persona non dipende dall’ età.
